Come evitare la catastrofe

In genere le persone sottovalutano le difficoltà del lavoro di traduzione Cosa vuoi che sia! Leggi l’originale e lo riscrivi in un’altra lingua.” Chi, invece, si è mai avventurato a tradurre anche un testo relativamente semplice, per non parlare di testi specializzati, ha certamente compreso che l’impresa è tutt’altro che facile.

La situazione nel caso dell’interpretariato invece è completamente opposta, in quanto desta meraviglia e stupore: “Ma come fate ad ascoltare e parlare allo stesso tempo” oppure “Come ce la fate a ricordarvi un discorso così lungo?”. Spesso dunque mi trovo a dover paragonare noi interpreti a fenomeni da baraccone. Gli spettatori ammirano le imprese a prima vista impareggiabili degli interpreti, noi invece sappiamo, che per la maggior parte, si tratta di tecnica.

Io stesso ammiro ogni volta i giocolieri al circo e ogni tipo di acrobazia, sia sul trapezio, sugli sci, su una moto da cross o sui pattini in linea. Eppure è tutto frutto di tecniche ben sviluppate, di anni di pratica, di innumerevoli cadute, qualche frattura e soprattutto di una persistenza instancabile.
L’intepretazione del Dalai Lama a Maribor, di fronte a quasi 2.000 spettatori e in diretta televisiva sulla TV nazionale, si è dimostrata un’impresa piena di sfide, per cui mi sembra un’ottima occasione per spenderci qualche parola. Se il destino o una congiuntura di circostanze ti mettono in una situazione straordinariamente impegnativa, spesso riesci a cavartela con solo qualche graffio grazie all’esperienza, alle tecniche elaborate e anche con qualche trucco minore.

Cominciamo dunque dalla sfida più grande.

Problemi tecnici

Saliti sul palco del palasport Tabor, ci siamo disposti sulle poltrone e una volta che si sono spenti gli applausi, il Dalai Lama ha preso la parola, io invece ho scoperto di non capire nemmeno una virgola. Cosa fare?

Mi trovo su un palco davanti a migliaia di persone e siamo in diretta TV. Fuggire era escluso, perché non potevo e non volevo farlo.

Ho deciso dunque di comprendere ciò che stava dicendo, in un modo o in un altro. Mi sono concentrato, ho agguzzato le orecchie, spronato il cervello… e ho cominciato a capirlo.

Solo il giorno seguente, quando traducevo il Dalai Lama in cabina, mi sono reso conto della vera natura del problema. I tecnici del suono non hanno installato sul palco i monitor, i piccoli altoparlanti rivolti verso gli oratori. Anche i gruppi in concerto che suonano con una forte amplificazione hanno sul palco dei monitor, altrimenti i componenti non si sentirebbero fra loro e non potrebbero suonare in accordo.

Le sue parole che uscivano soltanto dai grandi altoparlanti rivolti verso la sala, mi arrivavano soltanto dopo avere rimbalzato dalla sala e dunque accompagnate da un forte rimbombo. Le sue parole che uscivano soltanto dai grandi altoparlanti rivolti verso la sala, mi arrivavano soltanto dopo avere rimbalzato dalla sala e dunque accompagnate da un forte rimbombo.
E così soltanto il giorno seguente ho trovato la ragione, per cui stavo seduto sull’orlo della poltrona, rivolto per quanto possibile verso il Dalai Lama, per vedere la sua bocca e, senza rendermene veramente conto, leggere la parole dalle labbra. Ovviamente il lavoro può essere svolto anche in questo modo, anche se ciò non fa espressamente parte delle mie mansioni.

Discorsi lunghi

Per fortuna, le prime parole del Dalai Lama erano i soliti convenevoli che basta sentire a metà, il resto s’indovina. Quando ha iniziato a parlare per davvero, si è probabilmente dimenticato del fatto che dovevo tradurlo e dopo circa otto minuti ho mormorato un “OK” nel microfono.

“Sorry, too long.” disse il Dalai Lama dopo essersi reso conto che il suo discorso dovrà essere ancora tradotto in sloveno. “Not too long and we’ll manage.” gli dissi e, prima di iniziare, ho gettato uno sguardo sul pubblico, scorgendo un bel po’ di curiosità sui volti dei presenti, che si chiedevano come avrei tradotto un discorso così lungo, se mi ricorderò di tutto e se ce la farò.

Sono stati questi sguardi a spronarmi a metterci tutto l’impegno possibile. Ho dunque riassunto gli otto minuti del Dalai Lama in una traduzione di cinque minuti.

Otto minuti di monologo non sono pochi, eppure lo stesso pomeriggio, dopo un’ora e mezza di interpretariato, quando ero ovviamente molto più stanco che all’inizio, ho dovuto affrontare un discorso di quattordici minuti. Come riuscirci? Si ritorna al discorso del fenomeno da baraccone ovvero alla questione della tecnica.
Regola numero uno: Sangue freddo. Scrivi e memorizza. Poi, ritorna alla prima pagina e comincia a parlare. In modo tranquillo, chiaro e convincente. Cerchiamo adesso di frammentare queste istruzioni in consigli più specifici.

Sangue freddo significa semplicemente: niente panico. Hai dimestichezza con la tecnica, possiedi il sapere, gli altri hanno già dimostrato che è fattibile e il panico non fa altro che bloccare il cervello. Sicurezza di sé e il sangue freddo giocano un importante ruolo nella gestione dello stress.

Scrivi e memorizza. L’aspetto più strettamente tecnico della consecutiva è certamente il modo di prendere le note. E’ chiaro che non si ha tempo per scrivere le frasi, in verità nemmeno le parole, anche nel caso del Dalai Lama che parla molto lentamente.

Si scrivono le parole chiave, i dati più importanti: anni, numeri, date, termini specifici e soprattutto i passaggi. Con l’esperienza ogni interprete s’inventa dei segni personali–che gli fanno risparmiare tantissimo tempo–per le parole più frequenti: mondo/pianeta/globale, tutto/tutti/ciascuno, gente/uomo/persona, tanti/molti, piccolo, grande, fortemente, sviluppo/progresso/crescita, dopo/di seguito/poi ecc.

I segni più importanti sono quelli che indicano i flussi di pensiero. Quando la frase inizia, bisogna cominciare a segnarsi ogni volta che il pensiero dell’oratore fa una svolta o viene seguito da un altro concetto: si tratta di conseguenza, continuazione o negazione? Le parole più importanti sono dunque quelle che indicano i salti nel pensiero: ma, però, invece, eppure, anzi, e via dicendo.
Dopo ogni frase o ogni concetto compiuto, si deve tirare una linea o due. Quando rileggerai le note, saprai che devi concludere la frase, fermarti alla linea e ricominciare dalla seguente.

L’aspetto più tecnico ha degli aspetti molto prosaici, come dire, terra-terra. Mentre prendi nota (io lo faccio sulla gamba) giri i fogli e li lasci penzolare dal ginocchio. Quando il relatore ha finito, prendi i fogli, li rivolti e li leggi sfogliandoli come quando scrivevi. Semplice. Quando hai finito, prendi i fogli che pendono e li ripieghi sotto il bloc notes per metterli definitivamente fuori gioco. Quando, infatti, cominci a prendere nota del seguente pezzo, gli stessi fogli non entreranno più in gioco e non dovrai spendere nemmeno un secondo per trovare l’inizio del passo da tradurre. Un accorgimento banale, ma importantissimo.

Penna. Puoi permetterti di restare senza penna mentre interpreti? Certo che no. Per questo devi averne almeno due. Io preferisco le penne stilografiche, perché scivolano meglio e non macchiano come le biro. Appena ho iniziato a scrivermi le note per il primo segmento del discorso del Dalai Lama, la mia stilo è rimasta a secco. Il suo segretario l’ha notato immediatamente e in un attimo ha tirato fuori da qualche taschino nascosto in quegli abiti tibetani una biro di un Hotel Hilton. Gli ho fatto un cenno dicendo che non c’era alcun problema e ho tirato l’altra penna dalla tasca destra.

La ciliegina sulla torta e l’ultimo trucco

Trattati gli aspetti tecnici, vediamo quelli estetici. Sono sicuro di aver già menzionato la sicurezza di sé. E’ un aspetto tanto più importante quando si ha davanti una grande folla. Dipende dalla tua certezza dalla tua autoconsapevolezza il modo in cui il pubblico accetterà le tue parole. Anche se hai tutte le tecniche possibili immaginabili nel mignolo, se non sei sicuro di sé, non ti servirà a niente. Se invece irradi certezza, il pubblico sarà rassicurato e potrai perfino permetterti più di un errore, senza che loro se ne accorgano o, se lo notano, te ne risentano.

La pronuncia, la dizione è di sicuro un elemento che contribuisce molto all’autoconsapevolezza. All’inizio della mia carriera tendevo a mangiarmi le parole ed avevo un forte accento dialettale. Ho fatto un corso di dizione presso una famosa speaker della radio. La dizione, in verità, non è solo articolazione, una pronuncia chiara delle parole. Il coaching della voce è anche molto importante, respirare col diaframma, usare gli accenti giusti e, soprattutto, utilizzare i toni giusti.

Le frasi suonano molto, ma molto meglio, se sai già all’inizio, dove andranno a finire. Così, prima della fine, riduci la velocità, abbassi la voce di qualche tono e… finisci in belleza.
Perché parlo tanto di tutte queste tecnicità? Un buon interpretariato in consecutiva non è una questione di fortuna, talento o caso, ma di tecniche che si imparano. Quando ti trovi tutt’a un tratto in una situazione stressante, interpretando di fronte a un vasto pubblico in diretta nazionale, e ti rendi conto che non senti l’oratore, hai finito l’inchiostro e ti sei anche messo le calze del colore sbagliato, non puoi pensare anche su come farai a ricordarti tutto, come riuscirai a decifrare gli appunti, come cavolo si dice ‘commitment’ in italiano, ecc.

Le tecniche sono il supporto che diventa una seconda natura e fanno risparmiare tanto lavoro al cervello, il quale potrà concentrarsi sugli aspetti più importanti del tuo lavoro in quel dato momento: ascoltare, elaborare, tradurre nei pensieri, memorizzare e, alla fine, produrre: dire.

Ho promesso un ultimo trucco. Eccolo. La certezza di sé è condizionata anche dalle reazioni degli altri. I volti nel pubblico, il modo in cui le persone si siedono, le loro reazioni sono tutti diversi fra loro. E’ molto difficile parlare in modo convincente di fronte a persone che fanno di no con la testa, dagli sguardi imbronciati e che, magari, chiacchierano col vicino. La prima cosa che ti viene da pensare e che non sono soddisfatti di te e che fanno brutti commenti sul tuo lavoro.

Negli anni ho scoperto un trucco che poi alcuni relatori mi hanno confessato di usare. Dunque, non l’ho scoperto io. Mentre osservo il pubblico, cerco gli “assentori”. Cerco quei volti sorridenti, contenti, entusiasti, ma soprattutto che fanno di “sì” con la testa. Almeno io me lo immagino. Saranno contenti perché hanno una buona giornata, perché sono innamorati, ubriachi o hanno fatto un ottimo pranzo e del mio interpretariato non gliene può fregare di meno. Non fa nessuna differenza. Questi volti mi danno la sensazione che stanno facendo il tifo per me, m’immagino che mi stiano dicendo: “Bravo!” e lo confermano con il gesto della testa.

Ciò mi facilita il lavoro in modo incredibile, e perciò cerco i volti che si muovono su e giù e non m’importa se è un segno di approvazione o un sintomo del morbo di Parkinson.